Intervista sulla schizofrenia pubblicata sul sito www.dica33.it , intervista Elisabetta Lucchesini

Di fronte a una malattia mentale si è tutti impreparati e spaventati, il rapporto di fiducia con lo specialista diventa allora indispensabile, non solo per ricevere le cure adeguate, ma soprattutto per capire, senza affogare in complicati termini medici, cosa veramente accade nella mente di chi si ammala. Questa intervista al dottor Franco Zarattini nasce dal desiderio di sollevare almeno un po' del manto nero che avvolge una delle più temute patologie mentali, quella che più spesso s'identifica, nell'immaginario comune, con la follia assoluta e incurabile, la schizofrenia.

Dottore, oggi c'è una grande attenzione nei confronti della salute mentale, molti mezzi d'informazione parlano correntemente di depressione, attacchi di panico, ansia, ma non di schizofrenia. Perché fa tanta paura?

La medicina definisce la schizofrenia come malattia "inderivabile" ossia assolutamente incomprensibile dal punto di vista umano. Ciascuno di noi, pur non essendo stato malato, sperimenta nella vita momenti di profonda tristezza, paura, agitazione o repentini cambiamenti d'umore e nervosismo eccessivo. Semplificando molto si può affermare che tutti questi stati d'animo, se esasperati e vissuti per lunghi periodi, diventano malattie psichiatriche, peraltro ben curabili. Ecco allora che non è difficile comprendere un amico o un parente che, in un periodo della sua vita, si ritrova afflitto da depressione o ansia patologica. Con il paziente schizofrenico questo tipo d'identificazione non può avvenire: le molteplici manifestazioni della malattia esulano completamente da qualsiasi esperienza vissuta.

 

 

Si può sostenere che la schizofrenia è la malattia psichiatrica più grave?

Sì, sicuramente, per la serietà della sintomatologia, il decorso cronico e l'esordio in giovane età.
Il primo episodio, infatti, si manifesta al termine dell'adolescenza: un momento in cui il paziente sta terminando gli studi o è da poco entrato nel mondo del lavoro. La malattia viene così a interrompere anche la sua formazione professionale, diminuendo il suo livello d'indipendenza e contribuendo all'emarginazione di questi soggetti.

Adolescenza e giovinezza: le due fasi più belle e spensierate della vita, si è giovani, forti, sani pieni d'entusiasmo per ogni nuova esperienza. Siamo abituati a credere che le malattie ci colpiscono in momenti di particolare debolezza, fisica o psicologica, la schizofrenia invece sceglie il fiore degli anni. C'è una spiegazione per questa infelice corrispondenza?

Il soggetto schizofrenico ha una vulnerabilità psichica, che lo predispone a sviluppare la malattia, sin dalla nascita. Nella maggior parte dei casi può essere un bambino assolutamente normale ma poi, quando la scuola, il lavoro e i rapporti sociali diventano più impegnativi, la sua mente non regge alle richieste crescenti e rivela la sua debolezza.
 

 

Ma allora il destino di questi bambini è segnato inesorabilmente o si possono guarire?

Si possono e si devono curare, talora fino alla guarigione. Dalla schizofrenia, come del resto da molte altre patologie, è difficile guarire ma si può arrestare il decorso della malattia, i farmaci, infatti, riescono a far regredire i sintomi anche completamente. Tuttavia, per mantenere stabili le condizioni del paziente a lungo termine, è fondamentale che la terapia farmacologica venga iniziata il più presto possibile, sia continuata a lungo sotto controllo specialistico e sia integrata da supporto psicoterapeutico e da riabilitazione sociale; in questo modo si può convivere con la schizofrenia e condurre una vita normale.

 

 

Diagnosi precoce, cure tempestive, quali sono i primi segnali che devono mettere in allarme i familiari di un adolescente a rischio?

Autismo (isolamento dall'ambiente esterno) e dissociazione psichica (schizofrenia significa scissione della mente) sono "segni cardinali" della malattia, manifestazioni comuni a tutti i pazienti, anche se non sono, necessariamente, i primi sintomi che compaiono. Tuttavia, prima che si verifichi la crisi psicotica vera e propria, qualche preavviso si può cogliere: all'improvviso cala il rendimento scolastico, oppure il ragazzo diventa sempre più riservato, comunica poco, frequenta sempre meno gli amici.

 

 

Che ruolo ha il medico di base, è lui che indirizza il paziente dallo specialista?

Talvolta può inviare il paziente allo psichiatra, ma succede raramente, perché il paziente schizofrenico non si rende conto di essere malato e rifiuta qualsiasi tipo di supporto terapeutico. Nella maggioranza dei casi il medico di famiglia può intervenire solo quando si presenta il primo episodio acuto per richiedere e autorizzare il TSO (trattamento sanitario obbligatorio).
Successivamente, invece, quando il paziente è stato inquadrato in un ciclo terapeutico specifico, il medico collabora attivamente: deve controllare che i farmaci vengano assunti correttamente e che non si verifichino fenomeni d'intossicazione. In caso, poi, che il soggetto non tolleri il trattamento che gli è stato prescritto, perché gravato da eccessivi effetti collaterali, il medico di famiglia lo invierà nuovamente dallo psichiatra che sostituirà il farmaco. Il monitoraggio del malato è molto importante: spesso sono proprio gli effetti collaterali che lo spingono a non rispettare, o addirittura sospendere, la terapia con l'esito in una ricaduta.

 

 

Che cosa è il TSO?

Trattamento sanitario obbligatorio significa ricovero e cura del paziente in ambiente ospedaliero pubblico contro la sua volontà. Nel caso del soggetto schizofrenico è piuttosto frequente, su richiesta dei familiari conviventi, il ricorso al TSO: durante le crisi psicotiche acute, infatti, diventa impossibile (e talvolta pericoloso) gestire il malato a casa. Spesso è proprio durante il TSO che viene formulata la prima diagnosi di schizofrenia, quindi non si deve pensare a questa risorsa come a una violenza, ma piuttosto come al primo passo nel lungo cammino verso una possibile guarigione. Superata con i farmaci d'emergenza la fase acuta, verrà impostata una terapia a medio o lungo termine e il paziente viene rimandato a casa. Il TSO rappresenta anche una soluzione temporanea, che solleva momentaneamente i familiari del malato da una situazione troppo gravosa, ma che non può diventare ricorrente. Nei casi in cui non è possibile curare il malato a casa il Servio Sanitario Nazionale prevede la presa in carico a lungo termine in strutture appositamente attrezzate sul territorio.

 

 

In che cosa consiste la presa in carico a lungo termine sul territorio, non sarà un eufemismo sotto cui si nasconde il vecchio manicomio?

Assolutamente no, anzi chiariamo subito che a lungo termine, per legge, indica un periodo di tempo che va da un minimo di 6 mesi a un massimo di 2 anni, durante il quale il malato, che non può essere curato ambulatorialmente, viene ospitato in centri di cura extraospedalieri predisposti dalle regioni. Durante la degenza il malato riceve le cure farmacologiche, cui si affiancano successivamente la psicoterapia e la rieducazione sociale e lavorativa. Con il progressivo miglioramento delle condizioni del paziente la degenza può essere gradualmente ridotta, il paziente torna a casa alla sera e si ripresenta in istituto tutte le mattine per continuare le terapie, fino al reinserimento completo nell'ambiente familiare.

 

 

Si dice che i malati di schizofrenia siano più sani, dal punto di vista organico, del resto della popolazione: è una leggenda o esiste un fondo di verità?

È la pura verità e lo posso confermare a fronte dei molti pazienti schizofrenici che ho seguito in oltre 30 anni di attività clinica. Il soggetto schizofrenico sperimenta raramente altre gravi malattie, come i tumori o le cardiopatie, per una sorta di selezione naturale che lo predispone alla schizofrenia.

 

 

Con la chiusura dei manicomi è cambiato qualche cosa per questi malati?

Sicuramente in meglio, perché cure precoci in ambiente dotato del miglior confort, per un tempo limitato alla remissione delle acuzie (fasi acute), evita cronicità ed emarginazione per questi pazienti, oltre a tracciare i primi presupposti realmente validi per una futura guarigione.