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NORMALITÀ E PATOLOGIA
E' importante distinguere la malinconia, che è un sentimento comune e
uno stato d'animo normale, dalla depressione come vera e propria malattia.
"Essere normali" non vuol dire essere sempre
contenti e tranquilli, ma vivere periodiche oscillazioni dell'emotività,
episodi di tristezza alternati a momenti d’allegria. Per "umore"
si intende lo stabile stato emotivo di base che connota se stessi e il mondo
circostante (il tono dell'umore è il parametro che riflette il nostro
malessere o benessere), mentre le "emozioni" sono stati d'animo
transitori, ovvero reazioni psicologiche e fisiologiche che alterano
temporaneamente l'equilibrio dell'affettività. Questi cambiamenti sono in
generale motivati da ciò che accade nella vita di tutti i giorni.
Con la depressione abbiamo a che fare con un’infelicità
profonda e clinicamente significativa, un naufragio esistenziale che conduce
al venir meno del senso del vivere e che si manifesta come un disturbo dell’umore
persistente.
In psicologia clinica la depressione si distingue in due forme
principali: depressione reattiva e depressione endogena. La depressione
reattiva è motivata da una situazione traumatica che ha segnato la vita
dell'individuo: generalmente è causata da un'esperienza di perdita o uno
scacco esistenziale profondo. Nella depressione endogena, più grave, non è
possibile attribuire alla malattia una specifica causa esterna. Nella prima
l’eziologia è essenzialmente psicologica, mentre nella seconda sono
preponderanti elementi di natura neurofisiologica e biochimica. L'immediata
conseguenza di questa distinzione è la diversa modalità terapeutica:
secondo gli specifici casi, generalmente nelle depressioni reattive si
interviene con la psicoterapia e l'azione farmacologica ha una funzione di
sostegno, mentre nelle forme endogene la cura con gli antidepressivi è
fondamentale e talvolta è associata ad un supporto psicoterapico. Tale
linea di demarcazione fra fattori ambientali, psicologici e neurochimici non
è così netta e, verosimilmente, esiste un continuum di variazione
d'intensità fra queste forme di depressione, cosi come tra normalità e
patologia. E' ipotizzabile che le due specie (reattiva ed endogena) siano
forme moderate o più gravi di una stessa patologia, collocandosi nel
continuum di un medesimo disturbo dell'affettività. I criteri che
consentono di separare l’ordinaria malinconia dalla malattia depressiva, e
la forma reattiva da quell'endogena, sono il principale oggetto dell’esame
psichiatrico e della valutazione psicodiagnostica (fra i vari indici, sono
rilevati nel soggetto entità, gravità, causalità e prolungata persistenza
dei sintomi, grado di compromissione nei rapporti sociali, ecc…).
IL LUTTO NORMALE
Il processo psicologico del lutto si manifesta con segni molto simili ad
una depressione, ma esso si risolve generalmente in qualche mese e in sé
non ha nulla di patologico.
Un comune vissuto di lutto è la perdita di una persona (come un figlio,
un genitore, il coniuge, un amico, un familiare, un parente, il partner...)
per noi talmente importante da essere divenuta una parte della nostra vita.
Quando questa persona muore, è naturale precipitare nella tristezza e
percepire dentro di noi un senso di vuoto, che si protrarrà nei mesi
successivi alla perdita. Una parte di noi se n'è andata con quella persona.
E' come se al centro del nostro essere fosse stata tagliata via una parte.
Col tempo usciamo da quest'esperienza dolorosa e riprendiamo la nostra vita,
ritornando ad aprirci al mondo, affrontandolo magari in modo nuovo perché
diversi da prima grazie alle riflessioni che tale esperienza ci ha lasciato,
pertanto potremo tornare ad occuparci delle persone attorno a noi che
meritano il nostro affetto e la nostra attenzione. Queste sono esperienze
che fanno parte del vivere.
I NUMERI NERI: EPIDEMIOLOGIA DELLA DEPRESSIONE
Circa una persona su sei è colpita, nell'arco della propria vita, da un
episodio depressivo.
Nel mondo gli individui afflitti da depressione ammontano ad oltre 350
milioni, in Italia sono oltre tre milioni.
La depressione colpisce una fascia consistente della popolazione generale
che, secondo gli studi statistici, varia dal 4 al 16%. Hanno avuto un
episodio depressivo grave il 9% circa degli uomini. Ma sono soprattutto le
donne ad esserne afflitte: il 23%. Quasi la metà degli italiani che si
rivolgono al proprio medico di famiglia per un problema psicologico
lamentano sintomi di tipo depressivo.
  
Edvard Munch, L'Urlo, 1893 (Oslo)
"L'Urlo", dipinto del 1893 del norvegese Edvard Munch, è
considerato una delle più riuscite rappresentazioni pittoriche della
sofferenza psichica. Munch fu tormentato per tutto il corso della sua vita
dalla depressione: "L'Urlo" è il risultato di questa condizione.
Dalla bocca del soggetto esce un grido di terrore reso anche dagli occhi
spalancati e dalla forma stessa del viso. La natura è scossa, quasi
partecipe dell’angoscia dell’artista. Munch ripropone l’uomo da solo,
paralizzato dall’angoscia, in una natura/mondo che amplifica quel grido
fino al cielo rosso sangue. Grida e nello stesso tempo si chiude le
orecchie, forse per non sentire il proprio urlo che risale da dentro e si
propaga tutto attorno fino ad attraversare il paesaggio, deformandolo. Le
parole che Edvard Munch annota nel suo diario riguardanti quest'opera ci
danno il senso concreto dell’angoscia insopportabile della disperazione
depressiva: «Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole
tramontò. Sentii come una vampata di melanconia che mi serrava la gola. I
cieli si tinsero all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai. Mi appoggiai
ad un recinto in preda a una stanchezza mortale. Sul fiordo nero-azzurro e
sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuarono a
camminare... rimasi là. Ero solo. Tremavo d’angoscia e sentivo un immenso
urlo infinito che pervadeva l’intera natura»
LA MALATTIA DEPRESSIVA
Durante lo stato depressivo non è concesso al presente di accadere e al
futuro di avvenire, mentre la dimensione del passato è dilatata oltre
misura individuando in essa colpe che spiegano la sofferenza o riconoscendo
i segni della predestinazione ad una rovina interminabile.
Uno dei segnali più importanti della depressione è l'assenza del
desiderio. Il desiderio muove all'azione, alla ricerca, al progetto. La
caduta dei desideri annulla gli interessi, la speranza e l'iniziativa sul
futuro. Sorprendersi di essere assolutamente impossibilitati a svolgere
attività che prima erano di routine è un segno che la tristezza si è
trasformata in qualcosa di più grave. Quando la tristezza diviene
ingestibile, e prendiamo coscienza che da soli non c'è la possiamo più
fare a superare questo periodo, è consigliabile cominciare a pensare che
probabilmente ci troviamo di fronte ad una malattia: la depressione.
La qualità oscura della depressione è data dal carattere granitico e
inattaccabile di una sofferenza interiore che non conosce conforto. E'
sbagliato pensare che chi è depresso ne sia in qualche modo responsabile e
che potrebbe star meglio se veramente lo volesse, magari sforzandosi di più
e reagendo. La depressione è una malattia dolorosissima, insidiosa, lenta e
progressiva.
Per quanto strano possa apparire, la depressione può
anche diventare una condizione accettabile e l'attaccamento al proprio
dolore divenire l'unica possibile modalità di esistenza. Il ritirarsi nella
propria depressione può paradossalmente dare un senso di sicurezza: uscire
dalla malattia potrebbe significare il dover ritornare ad affrontare le
tensioni e i problemi che stanno nel mondo esterno. Ci si potrebbe
addirittura convincere che "siamo fatti così", che non si è
spensierati e incoscienti come gli altri. Un primo passo verso la guarigione
è riconoscere la depressione come un qualcosa che ci è estraneo,
comprendere che in realtà non si è fatti così, ma è la malattia che ci
fa essere così, e quando prendiamo coscienza di avere un "problema
psicologico" non è per nulla umiliante comunicarlo agli altri e
cercare un competente aiuto esterno.
Dott. Giuseppe Perfetto (Psicologo clinico)
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